L’ILVA CHIUDE. 5000 lavoratori a casa

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inserito da il 26 novembre Print

L’ILVA CHIUDE. 5000 lavoratori a casa

Tutti disattivati i badge dei lavoratori dell’area a freddo dell’Ilva. A cominciare dal prossimo turno cinquemila operai non saranno sul posto di lavoro.
Lo ha annunciato la dirigenza dell’Ilva al termine di un incontro urgente.
La decisione, presa  nel pomeriggio di oggi  è la reazione al  blitz della magistratura conclusosi con tre arresti in carcere, quattro ai domiciliari.

Avvisi di garanzia per il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante e per il direttore Adolfo Buffo. È questo il bilancio del clamoroso blitz della magistratura tarantina contro i vertici della più grande acciaieria d’Europa con i suoi 15.000 dipendenti tra diretti e indiretti.
Il segretario Fim Cisl Marco Bentivogli ha fatto sapere: «L’azienda ci ha appena comunicato la chiusura, pressoché immediata, di tutta l’area attualmente non sottoposta a sequestro e ciò riguarda oltre 5000 lavoratori cui si aggiungerebbero a cascata, in pochi giorni, i lavoratori di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica».

  Nessuno è stato risparmiato.  Politici, sindacalisti e giornalisti: non viene ‘risparmiato’ nessuno, e di nessuna parte politica, secondo quanto scrive il gip Patrizia Todisco nella sua ordinanza, nei rapporti che l’Ilva avrebbe instaurato per ottenere in cambio un trattamento di riguardo sui problemi di inquinamento della città.

Punto di riferimento di questi interessi aziendali sarebbe stato sempre l’ex responsabile per i rapporti istituzionali Girolamo Archinà. Si va dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefano (Sel), al presidente della Provincia, Gianni Florido (Pd), per proseguire con un elenco ‘bipartisan’ di parlamentari e consiglieri regionali. Da sinistra a destra troviamo l’on.Ludovico Vico e il consigliere regionale Donato Pentassuglia (entrambi Pd) e il defunto on.Pietro Franzoso (Pdl).
C’è un riferimento, nelle informative degli investigatori, all’ex deputato e attuale consigliere regionale Pdl Pietro Lospinuso, e spunta persino l’ex sindaco ed ex deputato Giancarlo Cito, che avrebbe tentato – secondo l’Ilva – una pressione indiretta per non parlare male dell’azienda in un convegno sulla diossina. E quando qualcuno, come l’on.Della Seta (Pd), cerca di far inserire norme più restrittive sulle emissioni di benzo(a)pirene, c’è il patron Emilio Riva che scrive al segretario dello stesso partito, Pier Luigi Bersani (lettera che non si sa se sia mai partita e trovata nella casella di posta elettronica di Archinà), spiegando le sue ragioni per far tornare indietro Della Seta.
Non mancano i funzionari regionali, come Alessandro Antonicelli e Piefrancesco Palmisano (assessorato Ambiente), che l’Ilva avrebbe usato come riferimento per ‘raggiungerè il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Rapporti «abilmente e utilmente intessuti – scrive il gip – al fine di condizionare pesantemente, orientandone l’azione a proprio favore, le agenzie e gli organismi chiamati ad esercitare, a vario titolo e per il proprio ruolo, funzioni di controllo critico nei confronti di una realtà industriale dal fortissimo e notorio impatto inquinante sul territorio».
Rapporti che coinvolgono giornalisti di testate locali, di carta stampata e televisive, che sarebbero stati utilizzati per far passare messaggi fuorvianti o aprire fronti di guerra nei confronti di chi (il direttore dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, era uno di quelli più nel mirino) non risultava gradito all’azienda. Neppure le forze di polizia vengono risparmiate in questa ragnatela.
C’è un ispettore di polizia della Digos di Taranto che avrebbe fornito informazioni a catena ad Archinà su manifestazioni sindacali o ambientaliste contro l’Ilva, riferendo al dirigente persino del contenuto di un incontro in questura che il procuratore Franco Sebastio aveva avuto proprio con Assennato per disporre una relazione sulle emissioni di benzo(a)pirene perchè la Procura ipotizzava il reato di disastro ambientale e voleva individuarne i responsabili.

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